Un mondo senza frontiere

Alpi Marittime Mercantour

Un’isola di granito all’estremità sud-occidentale delle Alpi. Con le sue montagne aspre e selvagge, il massiccio dell’Argentera–Mercantour è l’ultimo grande castello di roccia cristallina della dorsale alpina. Sul versante settentrionale, le valli piemontesi, come le dita di una mano aperta convergono ordinatamente verso la pianura padana, saldandosi non lontano da Cuneo, piccola città figlia dei monti che la circondano. Sul lato opposto, quello marino, dalle cime della catena spartiacque giù fino alla Costa Azzurra è il caos: un accavallarsi di massicci, un dedalo di valli indecise che scendono dove l’acqua è riuscita a forzare le bancate di rocce sedimentarie e vulcaniche scavando gole strette e profonde. Il fantastico mondo del Mercantour. Canyon e grandi pascoli, fitte foreste e colate di sfasciumi, decine di laghi di ogni dimensione e aridi altipiani sassosi, guglie di granito e falesie di calcare, nevai perenni e terrazze a vite e ulivo: non è facile trovare un’altra fetta delle Alpi dove la diversità sia altrettanto marcata e immediatamente percepibile. Dal litorale, con la sua aria che sa di limoni e rosmarino, con le sue luci già di Provenza, in un niente si passa alla tetra bellezza dei circhi glaciali del Clapier e del Gelas, alla quieta maestosità delle piramidi dell’Argentera, del Matto, del Bego…

Contrastanti sono anche le sensazioni che a molti capita di provare percorrendo le valli di questo territorio di montagna. C’è una montagna viva, ed è quella ricca d’acqua. Il pensiero va al Boreon, al Lauzenier, al Valasco, ai dintorni di San Giacomo d’Entracque: nevai e laghi, rii e cascate, foreste e prati umidi, camosci e uccelli di bosco. Un’infinità di suoni e rumori, una montagna che mette allegria. Senz’acqua un luogo sembra – percezione che solo in minima parte corrisponde alla realtà delle cose – addormentato, chiuso in una sua disincantata dimensione di immobilità. Il Pelat, il Mounier, con le loro grigie cime ghiaiose, i fianchi riarsi e screpolati, sono la faccia più severa e desolata del mondo alpino delle Alpi del Sud. Solo le folate di vento, mentre ora accarezza ora scompiglia i cespi delle festuche, e i belati delle pecore al pascolo, rompono il silenzio. È una montagna aspra, e al contempo dolce in modo struggente, che spinge alla melanconia. Una montagna di grandi spazi aperti, dove i pensieri possono finalmente correre verso orizzonti lontani.

Gioia, stupore, paura, turbamento. Stati d’animo. Sensazioni che, in montagna più che altrove, sono spesso altalenanti, innescate dal fluire continuo degli stimoli: la sorpresa per un’apparizione fugace, un momento di forza o di debolezza, la pace di un tramonto, il fendente di un’emozione imprevista e repentina. Attimi di vita che il fotografo cerca di immortalare in uno scatto: quinte di montagne che svaporano nelle nebbie di pianura o che si protendono verso il mare, tracce lasciate nella neve da una lepre, una pecora intenta ad accudire l’agnello che ha appena partorito, le luci calde di un tramonto di fine estate. Ore grandi che si fissano nel ricordo e riaffiorano nelle pagine di alpinisti e di scrittori: a volte poche parole, piccole schegge di grandi storie, bastano per svelare l’identità più vera, l’anima profonda di un luogo. C’è tutta la magia delle Alpi del Sud nelle frasi scarne con cui Patrick Berhault, nel resoconto della sua traversata della catena alpina, descrive il suo arrivo in punta al Corno Stella in pieno inverno.

Le fotografie e i testi di questo volume non hanno l’ambizione di presentare in tutti i suoi aspetti il grande spazio alpino compreso tra i colli di Tenda e della Maddalena, tra la pianura piemontese e il Mediterraneo. Né, ancor meno, intendono illustrare l’impegno quotidiano per la conservazione di questo grande patrimonio da parte dei parchi delle Alpi Marittime e del Mercantour. Sono semplici frammenti, piccole preziose tessere di uno straordinario giardino terrestre che merita di essere conosciuto, vissuto, rispettato. Sono un omaggio a uno spazio che non conosce frontiere, a un mondo minerale che da millenni è rifugio per uomini, piante, animali.

Nanni Villani


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