Aree protette delle Alpi Marittime

Due parchi e sette riserve naturali

Le Aree Protette Alpi Marittime riuniscono i parchi delle Alpi Marittime e del Marguareis. Nel 2016, queste realtà distinte sono state accorpate dalla Regione Piemonte in un unico Ente al quale sono anche state affidate le sette Riserve naturali (Rocca San Giovanni Saben; Grotte del Bandito; Ciciu del Villar; Crava Morozzo; Benevagienna; Sorgenti del Belbo; Grotte di Bossea) che già facevano riferimento ai due Parchi. Le Aree Protette Alpi Marittime racchiudono quindi un grande mosaico di aree naturali, molto diverse fra loro, che spazia dall’arco alpino alle Langhe alla Pianura. Complessivamente il territorio tutelato si estende 38.290 ettari e interessa sedici comuni.
I parchi delle Marittime e del Marguareis, come anche le riserve, hanno comunque mantenuto i loro confini e la loro specificità territoriale, mentre è cambiato l’organo di gestione, che ora fa capo a un solo presidente e a un solo consiglio.

Parco Alpi Marittime

Alte cime, grandi pareti e valli profonde: è un territorio severo e spettacolare quello del Parco delle Alpi Marittime. Il suo scheletro di gneiss e granito serpeggia attraverso le valli Vermenagna, Gesso e Stura. È un rincorrersi di vette rocciose che per ben 24 volte superano i 3000 metri. Ai loro piedi si annidano piccoli ghiacciai e centinaia di laghi.
La superficie del Parco è di 28.360 ettari e si ripartisce su cinque comuni (Aisone, Entracque, Roaschia, Valdieri, Vernante) confinando per oltre 35 chilometri con il Parc national du Mercantour. Una lunga cresta che si affaccia sul Mediterraneo distante appena 40 km. Posizione geografica, morfologia e vicende geologiche sono gli elementi principali di una straordinaria biodiversità. La ricchezza floristico-vegetazionale, con i suoi numerosi endemismi tra i quali la famosissima sassifraga dell’Argentera (Sassifra florulenta), è il fiore all’occhiello delle Alpi Marittime.
Il territorio è rinomato anche per fauna dove accanto ad uno elevato numero di insetti, aracnidi, micro-mammiferi endemici si trovano le tipiche specie alpine. Il camoscio è quella più rappresentativa. È stato senza dubbio uno dei principali motivi per cui nel 1857, re Vittorio Emanuele II ha voluto stabilire qui la sua Riserva di caccia prediletta. Per quasi un secolo i Savoia hanno frequentato le Marittime lasciando al Parco un grandioso patrimonio architettonico – strade, mulattiere e case di caccia – ma l’eredità più importante è stata la reintroduzione dello stambecco dal Gran Paradiso. Un’operazione che ha contributo a salvare dall’estinzione l’ungulato e a fare di quella delle Marittime una delle colonie alpine più rilevanti.

Parco Marguareis

Se il Parco delle Marittime è il regno delle cime, il Parco Marguareis è quello degli abissi. Il sottosuolo è un mondo invisibile ai più (oltre 150 km di grotte finora esplorate) con labirinti di cunicoli, caverne e grandi sale che si spingono fino a 1000 metri di profondità. Alle alte quote, deserti di pietra grigia lavorati dal vento e dall’acqua si alternano a magre praterie. Più in basso, la pioggia e la neve che in primavera si scioglie colano nel profondo e a contatto con rocce meno permeabili, sgorgano in superficie con getti di grandiosa potenza. Il più spettacolare di tutti è quello del Pis del Pesio. Caratterizza quest’angolo di Alpi non solo lo straordinario mondo minerale, ma la presenza di una ricchissima flora (circa 1500 specie) che si compone di specie alpine e mediterranee (Cypripedium calceolus, Saxifraga cernua e la Viola pinnata) tra cui sono presenti diversi endemismi. E poi ci sono spettacolari boschi: lariceti, faggete e superbe abetaie. Quest’ultime sono il patrimonio di una gestione antica che risale al 1173, anno in cui viene fondata la Certosa di Pesio. Per secoli i frati si sono impegnati nella cura del patrimonio forestale, dei pascoli, e oltre monumentale complesso religioso - tra i più significativi del cuneese - hanno costruito grange, canali e mulini, segnando in modo molto forte il territorio. Gli antichi possedimenti dei certosini, ereditati dall’opera Pia Parroci di Mondovì, sono stati il nucleo attorno al quale nel 1979 è nato il Parco naturale Alta Valle Pesio, prima area protetta della Regione Piemonte che in seguito ad alcuni ampliamenti ha assunto l’attuale denominazione. Il Parco Marguareis ha una superfice di 7.900 ettari e interessa il territorio di due comuni (Chiusa di Pesio e Briga Alta).

Riserva Naturale Grotte del Bandito

Attorno al massiccio cristallino dell’Argentera si estende una zona di rocce calcaree in cui le infiltrazioni dell’acqua hanno scavato nel tempo veri e propri sistemi di gallerie sotterranee, il più esteso dei quali è rappresentato, nella bassa Valle Gesso, dalle Grotte del Bandito, protette come Riserva naturale da una legge regionale del 2011. L’ambiente è stato studiato a partire dall’Ottocento per la presenza di una grande quantità di fossili, in particolare di ossa di Ursus spelaeus, l’orso delle caverne, animale ben più imponente dell’odierno orso bruno, che si estinse in questa zona delle Alpi per il drastico cambiamento del clima al termine dell’ultima glaciazione.
In queste grotte ha inoltre trovato riparo fin dalla preistoria anche l’uomo, fatto reso certo dal ritrovamento di un coltello in bronzo risalente probabilmente all’VIII secolo a.C. In tempi più recenti le cavità sono state esplorate alla ricerca di nuovi tratti di gallerie o più venalmente di oro, peraltro senza molta fortuna, nonché utilizzate come rifugio da banditi e da partigiani.
Oggi sono l’ambiente ideale in cui vivono numerose specie di anfibi, di invertebrati e soprattutto di pipistrelli, presenti in colonie piuttosto popolose durante il periodo di svernamento, momento in cui le grotte rimangono chiuse alle visite per non disturbarne il letargo.

Riserva Naturale San Giovanni-Saben

Quest’area protetta della Valle Gesso presenta la particolarità di non appartenere geologicamente al massiccio cristallino dell’Argentera, ma di essere formata da rocce di natura sedimentaria con pareti strapiombanti sull’abitato di Valdieri. Proprio questa caratteristica geologica, unita alla felice esposizione in pieno sole e alla verticalità delle pareti rocciose, sono alla base della peculiarità delle circa quattrocento specie vegetali che vi crescono. La Riserva è stata istituita nel 1984 per tutelare il popolamento più settentrionale di ginepro fenicio, una pianta tipica dell’area mediterranea e dunque amante degli ambienti caldi e secchi, che qui riesce a sopravvivere insieme a numerose altri endemismi, come il ginepro turifero, che emana un forte odore, facile da sentire anche a metri di distanza, che ricorda quello dell’incenso. Ben rappresentati sono anche il ginepro nano e quello comune. Questo ambiente così severo permette la sopravvivenza alle sole piante capaci di forte adattabilità: forme nane, a cuscinetto, radici estese e robuste foglie protette da peluria e cera in grado di conservare l’umidità e ridurre l’evaporazione dell’acqua a causa di sole e vento. Questi stessi fattori ambientali hanno favorito la presenza di specie animali rari e molto interessanti, come la Papilio alexanor, una farfalla di origine mediterranea confinata nell’area alpina in piccole stazioni relitte, come appunto questa riserva, dove vive grazie alla presenza di una pianta, la Ptycotis saxifraga, che funge da nutrice per i bruchi. La posizione e il clima rendono la riserva ideale per molte specie di uccelli, fra cui il falco pellegrino.

Riserva Naturale Ciciu del Villar

Questa riserva, istituita nel 1989, protegge un fenomeno geologico imponente e singolare: circa quattrocento colonne d’erosione, chiamate con il nome dialettale di ciciu, cioè “pupazzi”. Ma come si sono formati i Ciciu del Villar? Essi sono il risultato di un fenomeno estremamente diffuso e naturale, cioè il dilavamento di un pendio di terreno alluvionale da parte delle acque superficiali. In questo tipo di terreno sono presenti anche grossi blocchi di roccia, di gneiss per la precisione, che non solo non vengono erosi dall’acqua piovana o che scorre sulla superficie del suolo, ma che proteggono il terreno sottostante da questo dilavamento, dando quindi origine alle colonne sulla quali svettano come il cappello di un fungo. Il fenomeno è in continua evoluzione, anche se ora la maggiore copertura forestale dell’area riduce il ruscellamento da parte dell’acqua piovana. Tuttavia la pioggia battente, la neve e il gelo tendono a ridurre il diametro delle colonne, provocando sporadicamente la caduta del masso. La colonna, non più protetta, scomparirà nel tempo e il masso darà origine nel tempo a un nuovo ciciu.

Riserva Naturale Crava-Morozzo

L’area di Crava-Morozzo è una delle poche zone umide di pianura del Piemonte meridionale. Vi sono state censite circa duecento specie di uccelli, acquatici e non. Oasi della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) a partire dal 1979, è diventata nel 1987 Riserva naturale dalla Regione Piemonte per tutelare questo tipo di habitat e i siti di svernamento e nidificazione dell’avifauna, in particolare di quella acquatica. Il dato curioso è che è stato l’uomo, con una sua attività economico-produttiva, a rendere questo territorio così importante per la sosta delle specie migratorie, che qui trovano un luogo per riposarsi e alimentarsi durante i loro voli stagionali di migliaia di chilometri tra l’area del Mediterraneo o l’Africa e il Nord Europa. Nella riserva sono infatti presenti due laghi artificiali, realizzati negli anni Venti del secolo scorso al fine di sfruttare l’acqua del Pesio e del Brobbio per la produzione di energia elettrica, con due centrali tuttora attive. A questi grandi bacini si sono aggiunti negli anni, grazie a progetti finalizzati a potenziare e diversificare le aree umide, quattro stagni con profondità diverse, proprio per facilitare la sosta sia di specie tuffatrici, come alcune anatre, che necessitano di maggiori profondità, sia di limicoli, tra cui il cavaliere d’Italia, che con le loro lunghe zampe e becchi aguzzi cercano il cibo in stagni di pochi centimetri d’acqua. Tra le specie più comuni e facili da osservare, tra le centinaia censite nella riserva, grazie anche ai numerosi capanni di osservazione sulle sponde dei laghi e degli stagni, ci sono l’airone cenerino e l’airone bianco maggiore, il cormorano, il germano reale, l’alzavola, il tuffetto, la folaga, la gallinella d’acqua e, lungo il torrente, il martin pescatore. Nelle piccole pozze d’acqua disseminate qua e là nell’area si riproducono inoltre alcune specie di anfibi, come la rana verde comune o il rospo, che costituiscono ottime prede per gli aironi. Nella riserva ampie zone sono poi occupate da prati, terreni coltivati e da aree boscate, ricche di latifoglie e di specie proprie delle zone umide di pianura.

Riserva Naturale Benevagienna

Nel cuore della pianura cuneese, a poca distanza da Bene Vagienna, sorgono i resti archeologici dell’antica città romana Augusta Bagiennorum, fondata verso la fine del I secolo a.C. dall’imperatore Augusto, nell’ambito di un processo di ripopolamento del territorio che vide nello stesso periodo la fondazione anche di Torino e Aosta. La città, a poca distanza da altri due centri romani più antichi, Alba e Pollenzo, non era protetta da mura fortificate, ma da un vallo, cioè da un fossato e un terrapieno, segnato agli angoli da torri. L’area pubblica della città era costituita dal foro, una vasta piazza rettangolare circondata da botteghe e portici e in cui si trovava su un lato anche un tempio, mentre sul lato opposto si ergeva la basilica, al cui interno si svolgevano attività giurisdizionali e amministrative. Imponenti erano le strutture del teatro e dell’anfiteatro ed erano presenti anche qui le terme, la cui struttura è visibile nel Museo archeologico cittadino. Per valorizzare le emergenze archeologiche e i reperti esposti al museo, nei pressi della riserva è operativo un attivissimo centro di attività didattiche che ogni anno accoglie migliaia di studenti alla scoperta della civiltà dell’Impero romano.

Riserva Naturale Sorgenti del Belbo

Nella zona in cui le Langhe sfumano verso le montagne della Valle Tanaro si trova un’area fatta di rilievi dolcemente ondulati, in cui si alternano boschi, colture agricole e prati umidi. Qui non vi sono grandi corsi d’acqua, come quelli che hanno eroso nel tempo in modo profondo altri territori della provincia cuneese, qui nasce il torrente Belbo, con una piccola quantità d’acqua, alla base di una collina. Questo rigagnolo nel suo primo tratto serpeggia tra i campi, poi si inoltra tra i boschi, rendendoli paludosi nei periodi di piena. Proprio la presenza in questa zona di aree umide, uniche nel panorama delle Langhe, dovute alla maggiore piovosità per la vicinanza con le Alpi e gli Appennini, ha determinato nel 1993 l’istituzione di questa riserva naturale, molto interessante per la presenza di rare e numerose specie botaniche, che contano quasi trecentocinquanta varietà, di cui oltre venti di orchidee. Sono certamente queste ultime che, con le loro spettacolari fioriture sui pendii più assolati e aridi, nel mese di maggio attirano l’interesse di visitatori e di appassionati di botanica. I boschi invece sono caratterizzati dalla presenza del castagno, della quercia, del pino silvestre e dell’ontano nero, specie che predilige appunto gli ambienti molto umidi. Quest’area selvaggia costituisce l’habitat ideale per molte specie animali, in particolare per cinghiali, caprioli, daini, lepri e volpi, e proprio la presenza delle zone umide favorisce la presenza di anfibi, rettili e del gambero di fiume, anche se più raro di un tempo.

Riserva Naturale Grotte di Bossea

Le Grotte di Bossea e l’area di superficie che costituisce il bacino di assorbimento delle acque che vi confluiscono sono state riconosciute Riserva naturale nel 2011 dalla Regione Piemonte, ma la conoscenza dell’esistenza della grotta e la sua frequentazione è ben più datata. La grotta infatti è stata scoperta intorno al 1850 e a partire da quel momento è stata via via esplorata dagli speleologi ben oltre la zona aperta al pubblico. Fin dalle prime campagne furono ritrovate numerose ossa di Ursus spelaeus, vissuto qui tra gli 80 mila e i 12 mila anni fa. Gli orsi frequentavano la grotta durante il periodo di letargo invernale e forse anche per dare alla luce i piccoli, ma spesso le loro riserve di grasso non erano sufficienti per superare i lunghi inverni delle ere glaciali e quindi finivano per morire nella grotta, che ha quindi conservato e ci ha restituito i resti ossei di numerosi individui.
Nella parte finale della zona aperta al pubblico è situata una teca con la ricostruzione di uno scheletro intero di orso. La cavità di Bossea, che è stata la prima in Italia aperta al pubblico, nel 1874, ha uno sviluppo molto articolato, di circa tre chilometri di lunghezza totali, con una successione di grandi ambienti, i cosiddetti saloni, ricchi di concrezioni che si raggiungono con un percorso in costante salita. La grotta si sviluppa lungo il torrente sotterraneo che l’ha creata e che forma in alcuni punti fragorose cascate e in altri laghi tranquilli e trasparenti. Bossea ospita un importante Laboratorio Carsologico che da circa cinquant’anni si occupa dello studio dei fenomeni fisici, chimici e biologici di questo ambiente sotterraneo.

Visita il sito delle Grotte di Bossea


Per maggiori informazioni sulle Aree Protette Alpi Marittime:

Sito realizzato nell'ambito del PIT "Spazio transfrontaliero Marittime Mercantour" Programma ALCOTRA 2007-2013 e rivisto e aggiornato con il progetto: